da: Notizie in... Controluce, marzo 2001
Morte di un poeta Beat
di NICOLA D'UGO
foto di ELSA DORFMAN
Aveva
settant’anni Gregory Corso, il poeta più europeista della
Beat Generation, il movimento che dagli anni cinquanta aveva aperto
la via alla contestazione giovanile in America. Si è spento
a gennaio all’ospedale di North Memorial Medical Center di Robbinsdale,
nel Minnesota, dove a settembre si era trasferito a casa della
figlia Sheri Langerman, un’infermiera, per un tumore alla prostata.
Poeta autodidatta (lesse il russo Dostoevskij, il francese Stendhal
e l’inglese Percy Shelley in carcere), il suo linguaggio è
considerato tutt’oggi il più onirico della Beat Generation,
addirittura il più ingenuo e naïf. Nell’intento
di portare la poesia a un linguaggio colloquiale, di strada, tipico
dei poeti newyorchesi degli anni cinquanta e sessanta, seppe raccontare
in modo diretto, come una cronaca vocale estemporanea, gli eventi
e lo stato di salute degli americani. Anzitutto evitando la retorica
di massa, dei proclami giovanili che, nella misura in cui volevano
essere rivoluzionari, finivano per essere nuovamente dettati da
schematismi, abitudini e vincoli formali che contrastavano con
l’idea di uomo libero cui Corso aspirava. Con la sua ironia ha
scritto pagine provocatorie anti-Beat, nella misura in cui, al
tempo, essere Beat significava essere alla moda.
Neppure all’interno della Beat Generation fu sempre compreso.
Jack Keroack e Allen Ginsberg lo indicavano come il migliore poeta
d’America, mentre un altro grande scrittore del movimento Beat,
l’editore di City Lights Lawrence Ferlinghetti, gli negò
una pubblicazione, ritenendola fascista: solo anni dopo comprese
di essersi sbagliato, che Corso non amava i proclami e le ideologie
canonizzate da un gruppo.
Anche la poesia più celebre di Corso, "Bomb"
(Bomba, 1958), fu oggetto di fraintendimento. Scritta a forma
di fungo nucleare, è un’elegia satirica, ricca di ironia
e ritmo. Dopo aver assistito alla dimostrazione di un esperimento
nucleare in Inghilterra e all’accanimento dei pacifisti contro
la bomba, il poeta newyorchese se la prese con l’espressione violenta
del pacifismo stesso, componendo una "lettera d’amore"
alla bomba atomica, contro la stupidità umana che genera
violenza: per Corso la bomba era un prodotto della storia, di
una mentalità di fondo sbagliata che stava coinvolgendo
tutti, militaristi e pacifisti allo stesso modo, che vedeva ora
contrastarsi su un terreno della violenza, quale espressione socialmente
indotta nell’individuo e condivisa da entrambe le fazioni. Il
celebre film di Stanley Kubrick Il dottor Stranamore, ovvero
come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba uscì
otto anni dopo, e assunse un linguaggio molto meno ambiguo della
poesia di Gregory Corso.
Del resto, questo modo ironico di scrivere
un’elegia distruttiva contro il genere umano era già stato
impiegato alla fine negli anni dieci dal più grande poeta
della guerra e della pietà: Wilfred Owen (Poesie di
guerra, Einaudi, Torino 1985). Così, in "The American
Way" (La Via Americana), gli strali del poeta italo-americano
contro l’American dream prendono la piega di un discorso
colloquiale, in cui addita, in linea con Walt Whitman, il male
dell’America negli americani stessi e non nei loro governanti,
che non sono consapevoli (e quindi responsabili) delle contraddizioni
americane. La poesia di Corso, lo si nota nel parallelismo con
la celebre poesia "America" di Allen Ginsberg, si colloca
all’interno del processo storico, non solo nel proprio tempo e
nell’attuale scenario politico.
Scrittore dal linguaggio ardito, senz’altro inconsueto, a volte
bizzarro (come quando il mare gli dice che ciò che mangia
è la madre adottiva e non un pesce), ma anche e specialmente
da una lettura della vita fatta, prima che sui libri, per le strade,
Gregory Corso era nato il 26 marzo 1930 a Greenwich Village, il
quartiere bohémien di New York, dove sarebbero passati,
oltre a Keroack e Ginsberg, personaggi leggendari come Dylan Thomas
e Henry Miller e, quando divenne ricco, Bob Dylan.
Tutt’altro
che poetici i natali: i genitori non erano due bohémien,
ma due adolescenti d’origine italiana di diciassette e sedici
anni, che si lasciarono sei mesi dopo la nascita del poeta, e
la madre ritornò in Italia. Da allora la vita del bambino
fu un susseguirsi impressionante di ricoveri in orfanotrofi, affidamenti
a famiglie e fughe da casa del padre, che lo aveva ripreso con
sé all’età di 11 anni. A dodici finisce in riformatorio,
a diciassette sconta tre anni in carcere per il furto di una radio.
È lì che apprende le difficoltà dei carcerati
e la loro umanità, e comincia a scrivere poesie.
Uscito
dal carcere, incontra in un bar di Greenwich Village frequentato
da lesbiche il più noto poeta Beat, Allen Ginsberg, che
lo introduce alla scrittura d’avanguardia, e di lì a poco
alla fama fra gli scrittori newyorchesi. Ma non è una vita
facile. A trent’anni passa da un lavoro all’altro, si imbarca
per il Sudamerica e il Sudafrica, e approda infine in Europa.
Nell’introduzione alla raccolta più celebre di Corso, Gasoline (Benzina), Allen Ginsberg segnala al lettore che Corso è
forse il più grande poeta americano, ma di fatto fa la
fame in Europa.
Erano anni in cui la Beat Generation subiva attacchi non solo
dai circoli letterari tradizionali, ma dalle corti di giustizia,
e in cui era facile essere additati come comunisti. Durante gli
anni del terrore macarthista in America, Corso preferì
abbandonare l’insegnamento della poesia di Shelley all’università
piuttosto di sottoscrivere la dichiarazione di non essere un comunista.
Più che al comunismo, l’attenzione di Corso era rivolta
all’affrancamento dalle regole, attraverso la cultura classica
e il buddismo, senza tralasciare il cristianesimo. Secondo Ann
Douglas, professoressa di studi americani alla Columbia University,
la poesia "Marriage" (Matrimonio) costituì un
motivo di stimolo per l’emancipazione femminile:
«Le donne guardavano Corso e gli altri poeti Beat, e si chiedevano,
"Se questi uomini stessi possono essere liberi dai ruoli
prestabiliti del genere –sposarsi, lavorare per una corporazione
e via dicendo– perché noi no?"» E ne seguivano l’esempio.
Corso, che è stato sposato tre volte, terminava il componimento
con: «Ah, eppure so bene che se una donna fosse possibile come
io sono possibile allora il matrimonio sarebbe possibile.»
Sregolato, tossicodipendente e alcolista nella vita, anche negli
ultimi tempi, da ammalato, non aveva perso l’attaccamento alla
libertà di cui era noto in gioventù. La figlia Sheri
Langerman racconta che lo scorso settembre lo aveva trovato in
condizioni disperate, abbandonato a se stesso dentro casa, rifiutando
l’aiuto degli amici:
«Pensavo di dovergli già preparare il funerale, ma poi
si era ripreso: abbastanza da bere, imprecare e organizzare di
nuovo delle partite a poker.»
Lo aveva portato con sé da New York in Minnesota, dove
Corso, dopo un iniziale «shock culturale», si era messo a giocare
con i nipoti e a uscire di casa. E non aveva perso neppure la
vena umoristica:
«Una volta lo abbiamo portato al casinò in sedia a rotelle,
tutto avvolto in coperte a fiorellini, che pareva la madre di
Whistler. Si è portato via 1.200 dollari dal tavolo del
blackjack. Quando l’addetto del casinò lo ha chiamato "Signora",
lui ha commentato: "Lo prendo per un complimento. Vuol dire
che ho una bella pelle."»
Corso ha continuato a lavorare fine all’ultimo. «La Poesia è
il mio Paradiso,» diceva da ragazzo. La settimana prima di morire
aveva registrato un CD di musica e poesia con Marianne Faithfull
a casa della figlia Sheri. Ha lasciato cinque figli, sette nipoti
e un pronipote. Prima di morire aveva espresso il desiderio che,
dopo i funerali nella chiesa di Our Lady of Pompeii (Nostra Signora
di Pompei) a Greenwich Village, le sue ceneri venissero seppellite
in Italia, nel cimitero acattolico di Roma, accanto alla tomba
del poeta romantico inglese Percey Shelley.
Leggere oggi la sua poesia aiuta a comprendere le atmosfere e
le riflessioni di un uomo che ha vissuto e raccontato uno dei
periodi più significativi e controversi del dopoguerra,
nel quale, accanto al boom economico e alla guerra fredda, si
manifestavano nuove esigenze di libertà individuale e repressione
ideologica nel paese della democrazia più famosa.